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Non è il Vietnam: è molto peggio!

Afghanistan
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Se qualcuno volesse intestardirsi nel paragonare l’exit strategy americana in Afghanistan con quella del Vietnam che fu si sbaglia di grosso. Con buona pace del Vico e dei corsi e ricorsi storici, infatti, in Vietnam gli americani si presero due anni di tempo e le conseguenze del nuovo Stato sovrano unificato sotto il nome di Ho Chi Min furono tutto sommato ridicole in confronto al disastro che sta per venirci addosso dal ritorno al potere dei talebani.

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Se non ci credete, proviamo un po’ a mettere ordine nella vicenda: sarebbe innanzi tutto il caso di ricordare che gli ‘studenti di Dio’, appunto i talebani, furono inizialmente foraggiati e sostenuti dagli USA per far saltare un governo filosovietico (quello dei mujaeddhin del popolo) e successivamente cacciati a colpi di mari e bombardamenti nel quadro della reazione anti islamica seguita all’attentato dell’11 settembre.

I talebani, come in seguito anche l’Isis, sono creature sfuggite al controllo degli Stati Uniti, che hanno preteso di usarli per sparpagliare a loro piacimento le carte dello scacchiere medio orientale, ma sono stati alla fine essi stessi usati e raggirati nel quadro più generale di una politica estera fallimentare.

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Ma questo è niente in confronto al resto: l’alternativa ai talebani ed alla loro gretta arretratezza è stato il fragile e velleitario progetto di un Afghanistan democratico, nell’illusione che internet, la coca cola ed un governo corrotto ed asservito ai dollari delle grandi companies dell’economia globalizzata potessero ovviare alla totale assenza nel Paese di una cultura ed una tradizione e democratica. Per fare la democrazia, come è noto, servono infatti i democratici, ossia un aggregato sociale attivo, strutturato su di un preciso background culturale ed un livello di critica individuale degno di questo nome. In pratica, ciò che i Paesi del Medio oriente e l’Afghanistan in particolare non hanno avuto il tempo di sviluppare!

Ma gli americani, come al solito, non perdono tempo i simili distinzioni, salvo poi accorgersi che Kabul non è e non potrà essere mai Detroit. Per la decadente classe dirigente americana, che non esprime più un FD Roosevelt ma un Obama qualsiasi, questi sono insomma solo dettagli, salvo poi, a causa di questi maledetti dettagli, mollare tutto e togliersi di torno con l’incoscienza e la sfrontatezza di chi non pensa alle conseguenze dei propri atti o semplicemente se ne frega.

Di seguiro il video che imbarazza Biden che rispondeva a luglio: “I Talebani non riconquisteranno l’Afghanistan” bit.ly/3m78uXJ

Ma quali sono queste conseguenze?

Geopolitiche innanzi tutto. C’è qualcuno che si rende conto che il nuovo Afghanistan riporterà alla luce lo spettro del l’Isis, che tanto male ha prodotto negli ultimi 10 anni? E ci si rende conto che adesso i talebani, alla guida del primo produttore mondiale di oppio, saranno in grado di finanziare il terrorismo fondamentalista su scala mondiale semplicemente vendendo eroina a basso costo all’occidente infedele e vizioso? Il tutto mentre da noi il virus del degrado e del malessere sociale cova sotto la miseria di sobborghi in cui infiltrati del fondamentalismo islamico continuano ad attendere l’occasione buona per colpire.

È il paradosso di un’Europa miope e l’assist in cui si pensa che il controllo delle piazze finanziarie sia più importante del controllo del territorio e della sicurezza dei cittadini.

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Ma c’è ancora di peggio.

Ci sono i giovani e soprattutto le giovani afghane, illuse, tradite e vendute come carne da macello per la soddisfazione sessuale di miliziani integralisti più simili a bestie che ad esseri umani.

Sono giovani donne che volevano studiare, lavorare, vivere una vita degna di essere vissuta sulla base di quei valori che noi, occidente evoluto e giustamente democratico, siamo stati capaci di insegnare ad amare, ma che in realtà abbiamo venduto più o meno come si fa con le mele al mercato. Così, quando vedo foto dei reportage sull’Afghanistan vedo giovani donne dagli occhi scuri e profondi ed il naso dritto, di quella bellezza ricca di ingegno ed un po’ severa che può avere solo chi nasce e cresce fra monti impervi ed altopiani i ospitali, ma ricco di storia e tradizioni millenari.

Il commovente messaggio di una ragazza afgana in lacrime: “Moriremo lentamente nella storia”

Ecco, confesso che “come occidentale mi vergogno, mi sento in qualche modo complice di questo commercio di carne umana”, perché ricordo bene lo strazio delle donne yazire e curde e ricordo i nostri politici che si battevano il petto e recitavano litanie promettendo che quanto accaduto non si sarebbe più dovuto ripetere. Appunto. MAI PIÙ. Invece tutto si ripeterà e su scala probabilmente più grande mentre i nostri progressisti per insufficienza di prove tacciono per non irritare i loro idoli democrati americani e si baloccano sulla fondamentale questione della violazione della privacy conseguente all’obbligo del Green Pass ANCHE per i transessuali! Alle donne afghane penseremo dopo. QUANDO? Dopo. Magari fra qualche anno, quando daremo il Nobel per la pace a ciò che resta di una Ragazzina seviziata e dilaniata dal dolore, alla faccia delle nostre belle parole, buone solo per il solito quarto d’ora di catarsi istituzionale. Alla fine non resta che sperare che dopo morto non mi tocchi il Paradiso: non sopporterei di trascorrere l’eternità in mezzo ai sepolcri imbiancati di questo occidente democratico, politicamente corretto e finemente acculturato, ma solo in pubblico. Un occidente noioso ed ipocrita, avendo a disposizione tutta l’eternità per vergognarsi.

Stefano del Giudice

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