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Cultura

Sono contro l’aborto, ma lo voglio

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Scritto da Cinzia Silvestri

Può una donna che non sia dottoressa, sociologa, filosofa, teologa, scienziata, femminista, antifemminista, bigotta, emancipata, esprimere la propria opinione sull’aborto? Forse sì, ci sta che possa farlo, dal momento che così fan tutti, specialmente gli uomini, soprattutto i personaggi importanti che legittimamente descrivono l’aborto come un omicidio con sicario o giornalisti, maschi ça va sans dire, che ne hanno fatto cavallo di una battaglia, persa in partenza.

Si parla, anzi si riparla ancora oggi di aborto: io sono contro – sottolineo contro – l’aborto. Ho tuttavia votato a favore affinchè nel mio Paese diventasse legale, così come è poi avvenuto con la 194

“Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite.”

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Sono contraria all’aborto, così come sono contraria alla guerra eppure non c’è legge che la possa impedire, così come sono contraria alla povertà e alla carestia eppure non c’è legge e nemmeno decreto, mi scuserà Gigino il Ministro, che le possa impedire o addirittura abolire, così come sono contraria alla schiavitù e al capolarato eppure non c’è legge che li possa impedire, così come sono contraria alla pedofilia, allo sfruttamento dei minori e dei disabili, eppure non c’è legge che li possa impedire. Continuo? Anche no. La legge serve, ma non impedisce: funziona così in democrazia. Senza legge però, l’aborto fino al 1978 era in mano alle mammane per le donne disgraziate e alle cliniche estere per chi non aveva problemi di danaro. Chi abortiva era fuori legge e senza tutele. Non ho conosciuto donne che abbiano abortito clandestinamente, ho conosciuto donne che hanno interrotto la gravidanza legalmente in ospedale. Non le ho giudicate al tempo, non le giudico ora: ricordo il loro trauma, più che la causa di quella tragica decisione. Se poi erano donne di fede religiosa, il trauma raddoppiava e ne dovevano rendere conto anche in confessionale. Sono contro l’aborto: ricordo con gioia una conoscente che aveva fissato l’intervento di interruzione della gravidanza e poi, grazie alla persuasione di rappresentanti pro-vita, cambiò idea.

Mi urta che dell’aborto ne parlino gli uomini, pur se autorevoli e importanti: rispetto chi ne parla in nome della fede religiosa, ma faccio presente che l’aborto riguarda lo Stato e lo Stato è laico. Mi urta pure che ci siano medici obiettori di coscienza. Io ne parlo da donna semplice, ormai in menopausa da anni: non ho mai abortito, neppure spontaneamente, ho avuto solo una figlia, ho usato contraccettivi perchè, come recita la legge, l’aborto non è un mezzo per il controllo delle nascite. E mi dispiace per i preti che hanno osteggiano pillola e preservativi perchè io l’amore l’ho fatto per piacer mio e non per dare figli a Dio. Amen.

Eppoi io sono contro l’aborto, lo dirò fino allo sfinimento: ma non posso, non voglio, non devo impedirlo.

Credo sia un fatto di sensibilità più che di diritto: io non sono dottoressa, sociologa, filosofa, teologa, scienziata, femminista, antifemminista, bigotta, emancipata, ma sono una donna, conosco a sufficienza il mio corpo e l’ho vissuto, so cosa significa portare una vita in grembo dopo averla concepita con amore, per amore. Non so cosa significhi perderla, più o meno consapevolmente, più o meno per scelta intendo dire.

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Torna ancora alla ribalta il tema dell’aborto, brutta parola anche foneticamente e ancor più brutta quando usata per descrivere situazioni che non sono definite o compiute. Il film “L’événement” della regista francese Audrey Diwan (dal romanzo autobiografico di Annie Ernaux) parla di aborto, puntando però il dito contro la pratica clandestina e non contro l’aborto in quanto tale ed è stato premiato con il Leone d’oro alla recente Mostra del cinema di Venezia ed è in uscita, non senza difficoltà di distribuzione nelle sale, anche il film americano “Unplanned” che racconta senza filtri ciò che accade in una clinica per aborti. Una strage degli innocenti, usa queste parole Federica Picchi su Avvenire parlando del film: come darle torto? E al contempo, come non pensare alle anime piccole e innocenti che arrivano cadaveri sulle nostre spiagge, a quelle che muoiono di stenti nei campi profughi, e che se sopravvivono hanno il cuore indurito dalla crudeltà sperimentata sulla loro pelle?

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Dunque il mio diritto di donna di parlare di aborto si scontra e si lacera attraverso domande senza risposta e conflitti infiniti. Se ne deve ragionare per riflettere e per capire, non per prendere una posizione assoluta e definitiva. Per questo mi sono riletta un piccolo libro che quando lo acquistai nel 1980 (era uscito nel 1975, quella era la diciottesima ristampa) aveva venduto 700.000 copie: Lettera a un bambino mai nato, scritto da Oriana Fallaci (che nel 1993 ne fece un audiolibro narrato da lei stessa). In realtà pare che il manoscritto originale, chiaramente autobiografico, risalisse al 1967 con il titolo inglese “Letter to Neverborn Child”. Vi invito a leggere o rileggere questo prezioso libriccino, in mezza giornata si divora sebbene per digerirlo occorrono giorni di elaborazione. Dentro questo monologo credo che solo una donna si possa pienamente compenetrare e non importa che abbia generato figli: ci sono sensazioni, sentimenti, sensibilità, suggestioni che solo l’indole femminile sa riconoscere e cogliere nel proprio significato. Già al tempo Oriana Fallaci affrontava il tema dell’utero in affitto, altro tema scottante ed attuale (ma quanto era avanti questa donna?) mentre pagina dopo pagina ha raccontato la verità anzi, le verità di un dilemma interiore qual è quello di scegliere se volere o no un figlio. Badate bene, il libro descrive quello che in qualsiasi cartella clinica verrebbe classificato aborto spontaneo, ma senza sconti e senza giustificativi, Fallaci fa comprendere bene al lettore che non è proprio così. Non mi inoltro nelle spiegazioni, perchè vorrei indurvi a leggere o rileggere questo capolavoro di letteratura femminile (o femminista?).

Mi limito a riportare, debitamente virgolettato, un passo del libro che narra una fiaba scritta mentre, a causa della minaccia d’aborto, la protagonista è costretta immobile a letto: “C’era una volta una bambina innamorata di una magnolia. La magnolia stava in mezzo a un giardino e la bambina passava giornate intere a guardarla. La guardava dall’alto perchè abitava all’ultimo piano di una casa affacciata su quel giardino, e la guardava da una finestra che era la sola finestra aperta in quel punto. La bambina era molto piccina, per vedere la magnolia doveva arrampicarsi sopra una sedia dove la mamma la sorprendeva gridando <Oddio casca, casca di sotto!> . La magnolia era grande, con grandi rami e grandi foglie e grandi fiori che si aprivano come fazzoletti puliti e che nessuno coglieva perchè stavano troppo in alto. Infatti avevano tutto il tempo di invecchiare e ingiallire e cadere con un piccolo tonfo in terra. La bambina sognava lo stesso che qualcuno riuscisse a cogliere un fiore finchè era bianco, e in questa attesa stava alla finestra; le braccia appoggiate sopra il davanzale e il mento appoggiato sopra le braccia. Di fronte e dintorno non c’erano case, solo un muro che si alzava ripido al lato del giardino e finiva in una terrazza coi panni stesi ad asciugare. Si capiva quand’erano asciutti per gli schiaffi che davano al vento e allora arrivava una donna che li raccoglieva dentro una cesta e li portava via. Ma un giorno la donna arrivò e invece di raccogliere i panni si mise anche lei a guardare la magnolia: quasi studiasse il modo di cogliere un fiore. Restò lì molto, a pensarci, mentre i panni sbattevano al vento. Poi fu raggiunta da un uomo che l’abbracciò. Lo abbracciò anche lei, e presto caddero insieme per terra dove insieme sussultarono a lungo, e infine giacquero addormentati. La bambina era sorpresa, non capiva perchè i due se ne stessero a dormire sulla terrazza anzichè occuparsi della magnolia, tentare di cogliervi un fiore, e aspettava paziente che si svegliassero quando apparve un altro uomo: molto arrabbiato. Non disse nulla ma era chiaro che fosse molto arrabbiato perchè si gettò immediatamente sui due. Prima sull’uomo che però fece un balzo e scappò, dopo sulla donna che incominciò a correre tra i panni. Correva anche lui, per agguantarla, e alla fine l’agguantò. La sollevò come se non pesasse e la scaraventò giù: sulla magnolia. La donna impiegò tanto tempo per giungere alla magnolia, Ma poi vi giunse, e si posò sui rami con un tonfo più sordo dei fiori che cadevano gialli per terra. Un ramo si ruppe, la donna si aggrappò ad un fiore. E lo colse. E rimase lì ferma col suo fiore in mano. Allora la bambina chiamò la sua mamma. Le disse: <Mamma, hanno buttato una donna sulla magnolia ed ha colto un fiore>. La mamma venne, gridò che la donna era morta, e da quel giorno la bambina crebbe convinta che per cogliere un fiore una donna dovesse morire.” (Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato).

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Si parte dall’aborto e si arriva al femmicidio, verrebbe da dire dopo una lettura di questa fiaba letta con gli occhi di oggi: in realtà, Oriana Fallaci a mio sommesso avviso non voleva intendere questo o forse sì, era così all’avanguardia! Nel complesso tuttavia, si comprende bene come sovente per taluni la tutela del bambino in grembo prevarichi la vita della donna stessa e pare strano assai che non si riesca a comprendere il diritto di chi è già al mondo rispetto a chi ancora non lo è. Oh sì, d’accordo, qui si potrebbe aprire il mare magnum opinionista tra scienziati e teologi e pure legislatori: quando un feto si definisce bambino, quando la vita può considerarsi vita? Perchè nel mondo animale e vegetale l’aborto fa parte del ciclo naturale delle cose anzi, anche l’assassinio, basti pensare alle madri che si ‘sdegnano’ verso i cuccioli più deboli lasciandoli morire oppure ai miliardi di semi che mai diventeranno fiori e frutti, così come miliardi di spermatozoi? Non c’è una risposta definitiva, restano i pareri più o meno autorevoli, le decisioni degli Stati: il dilemma morale può essere condanna giuridica, dipende da dove siamo nati. L’ennesima riprova dell’ingiustizia umana, di un modo altro di sentire l’etica, la morale che variano sensibilmente da Oriente a Occidente.

Resta la donna, il cui grembo è al momento l’unico in grado di accogliere lo sviluppo di un feto fino a diventare una vita umana pronta ad affrontare un mondo crudele. Forse è per questo che gli uomini amano discettare, talvolta senza il dovuto garbo e il dovuto rispetto, della tragedia dell’aborto. Perchè, è bene dirlo forte e chiaro, è un dramma che non gli appartiene: quel grembo non lo possiedono.

Cinzia Silvestri

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