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“A stelle e strisce vestirei “(cit. New Trolls)

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La recente tournée dei Maneskin negli States ha provocato nientemeno che l’indignazione dei Cugini di Campagna, che accusano la giovane e fortunata band romana di aver copiato i loro abiti di scena a stelle e strisce.

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La querelle fra i Cugini di Campagna e i Maneskin appassiona quanto la loro musica, cioè meno di niente, e conseguentemente comprenderete la mia riluttanza a difendere gli uni o gli altri, fermo restando che il look è una forma di linguaggio non verbale e come tale non può essere compresso fra le maglie e le limitazioni del diritto di autore.

Anche perché, se parliamo di paternità delle idee, almeno entro i confini della musica di casa nostra, non sarebbe corretto non ricordare che la suggestione della vestizione a stelle e strisce, rivendicata dai Cugini di Campagna, e esplicitazione di un sogno americano nato e morto nello spazio di una stagione musicale che non c’è più, giace pigramente fra le strofe di un vecchio pezzo dei New Trolls, l’iconico gruppo genovese consegnato alla storia del progressive rock grazie all’incisione di quel Concerto grosso che è una delle vere perle dell’underground di casa nostra. Loro, i New Trolls, avevano il genio (e purtroppo la sregolatezza) per mangiarsi a colazione gruppi ben più celebrati ed affermati, avendo la creatività e la sensibilità musicale che né i Maneskin né i paleocugini non più di campagna ma da passeggio si potrebbero mai neanche lontanamente sognare di possedere.

Eppure, dei New Trolls non ci ricordiamo. O meglio: qualcuno si ricorda di qualche canzone più melodica e fortunata, delle tournée con Anna Oxa, ma solo qualche vecchio arnese come me ha avuto la fortuna ed il privilegio di ascoltare Concerto Grosso e di restarne rapito. Altro che Maneskin.

Ecco, so già che qualcuno bollerà per bieco snobismo la mia antipatia per la band romana, espressa in varie occasioni e ribadita anche e soprattutto dopo la loro apparizione al capezzale dei “miei” Rolling Stones o per la precisione di quello che ne resta, ma dovete credermi se vi dico che lo snobismo non c’entra, così come non c’entra l’indignazione nel vedere quei quattro pischelli accorrere alla tavola dei parenti ingordi che aspettano di spartirsi l’eredità dell’ultima istituzione del rock: onestamente, se penso che Keith Richards si è fumato le ceneri di suo padre nella pipa, credo che quello che resta dei maledetti e cinici Stones si farà delle grasse risate nel vedere tanta avidità di successo che striscia ai piedi del cartonato del defunto Charlie Watts! E allora?

E allora c’è che mi sarei rotto di questo rock-glamour per insufficienza di prove, musica contemporanea che mi butta giù come i cantanti truccati tutti uguali che fanno smorfie e gestacci fuori luogo solo per tentare di dimostrare agli altri ma prima di tutto a se stessi di essere trasgressivi e ribelli: tutto questo somiglia ad una ribollita con la bietola al posto del cavolo nero, roba da far gridare al sacrilegio ed invocare l’Angelo vendicatore con tanto di spada fiammeggiante. Ma se proprio ci tenete, allora tenetevi stretta pure lo scazzo isterico di cugini e cuginastri, sapendo bene che magari, un giorno, nuovi e vecchi trashettoni potranno ritrovarsi dal solito don Fazio, parroco del luogo comune, in una bella carrambata all’insegna del buonismo e del cattivo gusto. A servire la messa, naturalmente, Claudio Baglioni da Centocelle, plastificato come una tessera dell’Esselunga.

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Anima mia? No. Li mortacci vostri!!!!

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