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Inossidabili carampane canore

Orietta & Ornella
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Scritto da Cinzia Silvestri

Orietta & Ornella Son d’Or per la canzone pop italiana e Or sono le due prime lettere dei loro nomi: insieme all’ugola e al genere sessuale, sono le uniche cose a mio avviso le hanno accomunate per un po’.

Orietta Berti e Ornella Vanoni, in ordine alfabetico e non di importanza, perchè importanti sono state entrambe seppur ciascuna a modo loro, nel panorama musicale italiano. Due interpreti di indubbio successo, che dura da decenni, gente!, hanno accompagnato cantando la mia esistenza, da quando registravo le loro partecipazioni a Sanremo col Geloso dai tasti colorati e le bobine davanti la tivù in bianco e nero e imparavo su TV Sorrisi & Canzoni i testi, a quando le musicassette e i cd sono stati soppiantanti da playlist digitali, che ascolto in macchina e al pc (perchè per me il cellulare è solo per telefonare). Due artiste agli antipodi, davvero diverse anche se si ritrovavano insieme al Festival di Mike Bongiorno e Pippo Baudo.

Orietta & Ornella

La Vanoni, o preferite chiamarla Ornella?, negli anni ‘60 vantava un curriculum già prestigioso che annoverava artisti del calibro di Giorgio Strehler, con il quale diventò la ‘cantante della mala’, perchè interpretava storie di malavita e malfattori, e amori burrascosi come quello con il cantautore Gino Paoli, che al tempo provò pure a suicidarsi con un colpo di pistola e il proiettile dice gli sia rimasto vicino al cuore. Orietta invece con la sua aria pacioccona, da rassicurante tortellino emiliano, con un’ugola che la fece soprannominare ‘l’usignolo di Cavriago’ la sua carriera se l’è costruita con serate nelle balere e concorsi canori, qualche film musicarello di moda negli anni ‘60, tournées all’estero – all’epoca il Giappone andava di moda – che le hanno fatto vendere milioni – milioni – di dischi, ottenendo svariati dischi d’oro, d’argento e di platino. Non che Ornella abbia venduto meno, intendiamoci, anche per lei si parla di decine e decine di milioni di dischi.

Orietta & Ornella

Orietta un prodotto di massa, Ornella un prodotto d’élite?

Generalizzare così è fuorviante e scorretto: sono due offerte di generi musicali differenti Orietta & Ornella, per platee differenti. La Berti mostrò il suo volto versatile partecipando a un episodio di Dino Risi nel film “I nuovi mostri” con un cinico Ugo Tognazzi, nel ruolo di un implacabile e meschino marito – impresario. La Vanoni era l’interprete dotata di fascino e canzoni d’autore, con una sensualità sovente superiore a quella di Mina, appariva come una elegante signora milanese senza mai essere la ’sciura’ meneghina, concedendosi scelte discografiche che garbavano anche alla massa ma di massa non erano, collaborando artisticamente con calibri della bossa nova quali Toquinho e Vinicius de Moraes e del jazz, quali George Benson e Herbie Hancock, per citare i più noti. Importanti autori hanno scritto per lei canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera nazionale, ma qualcuno dimentica che una delle sue canzoni più belle e intense è stata scritta da Mino Reitano, il cantante dal volto triste anche quando sorrideva, perculeggiato da buona parte degli italiani che si sono fermati al repertorio delle sue canzoni da juke-box, rimestando sulle umili origini meridionali che lo costrinsero ad emigrare in Germania dove suonò insieme ai Beatles, allora anch’essi agli esordi. Lui era un autore di spessore e la sua canzone per Ornella che si intitola “Una ragione di più” è straordinariamente bella. Siamo negli anni ‘60 e ‘70: Orietta partecipa a tutti i festival in circolazione, anche esteri, al Disco per l’estate, grande vetrina canora dei tempi. La sua produzione artistica non conosce limiti: ‘Fin che la barca va’ diviene il leit motiv esistenziale dell’italiano medio e ‘Tipitipitì’ altro non era che il nomignolo di una donna innamorata e illusa, trasformato in titolo accattivante. Qui apro una parentesi sul contenuto dei testi interpretati dalla Berti: ‘Via dei Ciclamini’ pareva il classico motivetto da fischiettare in bicicletta, ma in realtà parlava di prostituzione e pochi anni più tardi con ‘La vedova bianca’ Orietta affronta il tema delle donne che non seguivano il marito migrante e della solitudine a cui erano condannate rimanendo in patria. Cantò pure “Non illuderti mai” e a risentirla oggi pare ispirata a certi politici (tu cambi bandiera). ‘Per scommessa’, scommetto non la conosce nessuno, è una canzone il cui testo, in epoca di femminismo, affronta il tema della donna oggetto.

Invito poi chi si sdilinquisce per le parole di Benigni dedicate alla moglie di ascoltare “Tu sei quello”, se davvero vuole capire cosa sia una dichiarazione d’amore. Nessun rumore, nessuno scalpore, nessuno scandalo per quelle canzoni di allora della Berti, perchè lei doveva restare l’uccellino della Val Padana, che collezionava bambole, si sposava con Osvaldo e aveva due figli con la O, Omar e Otis (omaggio a Otis Redding? No, tradizione familiare), aveva osato indossare un abito da sera nientepopodimeno che di Mila Schoen, un azzardo di paillettes a strisce verticali bianche, gialle e nere che la espose al pubblico ludibrio ingiustamente. Poi, non bastasse, c’erano le parole vergate sul biglietto d’addio di Luigi Tenco prima di ammazzarsi, a Sanremo:

“(…) Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale (…)”.

“Io, tu e le rose” non era nemmeno una canzone malvagia, a Sanremo ce n’erano di peggiori e di certo Tenco non voleva accusare Orietta Berti e il suo stile canoro. Ornella Vanoni negli anni ‘70 non restò di certo indietro: la discografia vasta e di alto livello artistico la trovate su Internet e non intendo fare qui esercizio di memoria ed elencazione. Segnalo solo che “Domani è un altro giorno”, venne inserita nella colonna sonora del film “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini. A molti di voi non dirà nulla, io all’epoca ero una bimbetta, ma avevo il poster in camera dell’inarrivabile bellezza sofferta di Alain Delon con un indimenticabile cappotto color cammello, che nel film recitava la parte di un professore che avrei tanto voluto in cattedra al liceo!

Un periodo davvero proficuo per la Vanoni, che dette voce anche ad altre colonne sonore e confermò così il suo successo e la sua fama. Queste in grandi linee le tappe dei loro successi, proseguiti anche nei decenni successivi: quello che mi incuriosisce tuttavia sono i percorsi recenti, che mantengono intatti la popolarità senza le tristezze di certi artisti sul viale del tramonto, che non si rassegnano al passare del tempo e delle mode, che te li vedi ancora in qualche sagra di paese a cantare pezzi logori come certi maglioni usati abbandonati nel cassetto, che magari non si gettano perchè ricordano momenti felici, ma che di certo non si possono più indossare. Innanzitutto, entrambe hanno fatto ricorso alla chirurgia estetica: i risultati, va detto, lasciano a desiderare. Per Orietta pare ci sia un’ispirazione alle sue adorate bambole, per quel bel faccino civettuolo e levigato come un bisquit, per Ornella vorrei conoscere il nome del chirurgo che ha devastato il suo volto. In una intervista anni fa lei confessò che voleva solo togliere le rughe dal collo e poi si fece convincere che non bastava. Eppure, malgrado i canotti sporgenti, induce alla benevolenza quel viso sciupato, che meritava solo rughe. Sono entrambe, l’Orietta e l’Ornella, donne dotate di spirito ed autoironia: oddio, la Vanoni ha sempre un bel caratterino, però ha accettato di buon grado anche l’imitazione perfetta che le ha fatto Virginia Raffaele e lei si diverte e diverte raccontando che al posto del sonnifero per dormire, usuale alla sua età, preferisce farsi preparare una bella canna. Quanta filosofia nelle sue canzoni, passate e presenti e quelle attuali, offerta con quella sua voce inconfondibile che un po’ tradisce l’età, ma neanche tanto! “Un sorriso dentro al pianto” racchiude il mantra dei nostri tempi moderni: per affrontare la stupidità abbiamo ancora l’allegria. Reminiscenze do samba? Chissà. Orietta oggi si trova a suo agio tra gli intellettualoni di Fabio Fazio, canta in spagnolo con il grande, a modo suo, Cristiano Malgioglio “Todo cambia”, anche questa volendo è filosofia spicciola, quella che si distribuisce oggi, tra un spot pubblicitario e l’altro, sperando che non ci sia un’edizione straordinaria del tiggì da Kabul. Ergo non mi meraviglia la jam session (parolone) di Berti, Fedez e Achille Lauro, che quest’ultimo mi ricorda sempre il suo omonimo armatore partenopeo nonchè politico, famoso per il patto con gli elettori: regalava un paio di scarpe, una prima e una dopo il voto.

Un trio improbabile, dove ognuno è kitsch a modo suo: sui due personaggi maschili volutamente non mi soffermo, ma lei con quel completo azzurro con le nicchie al petto, luccicante come un’orata fresca e quel ventaglio blu elettrico che va a suon di musica (hai risolto un bel problema, ma poi me ne restano mille…) li surclassa per professionalità ed ironia. La Vanoni non resta indietro e si riprende la rivincita su “L’appuntamento”, canzone che mi ha fatto tanto patire in gioventù (amore fai presto, non resisto, se tu non arrivi non esisto, non esisto, non esisto…): si presenta in video con una veletta d’altri tempi e via via ragiona come se fosse fuori campo, con questi due Colapesce e Di Martino, nel grottesco ed elegante al contempo “Toy Boy”. Lei si prende in giro per prima ed è di una simpatia unica: chissà che ne penserebbe la signora Ciccone.

Cinzia Silvestri per UAU MUSIC

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