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“Mi piace Spiderman e… allora?” di Federico Micali

federico micali
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Scritto da Sara Pellegrini

 “Mi piace Spiderman e… allora?”, domanda normalissima se non fosse che a pronunciarla sia una bambina di nome Cloe che si sta interrogando sul problema degli stereotipi di genere e su quanto l’abbiano accompagnata sin dalla scelta della cartella per la scuola. Questione affrontata dal libro omonimo di Giorgia Vezzoli e a cui si ispira il cortometraggio di Federico Micali che abbiamo incontrato per un viaggio attraverso la sua carriera da regista. 

Da cosa viene la scelta di fare il regista e qual’è il tuo rapporto con il cinema?

Una serie di fattori hanno contribuito a questa scelta . Un ruolo importante è stato rivestito da mio padre, cinefilo, che mi ha trasmesso un grande amore per il cinema. In casa era usuale trovare abbonamenti a libri di cinema e riviste del settore. Una passione per Fellini che è anche uno dei motivi per cui mi chiamo Federico. 

Uno dei miei primi ricordi del cinema in sala, che accomuna tutta la mia generazione, è l’ingresso al cinema indipendentemente dall’orario di inizio. Si andava al cinema non per vedere un film in particolare. Era una sorta di montaggio ogni volta diverso, cosa comune per gli anni 70/80. Era un’idea di cinema come luogo, come spazio anche inteso come quartiere. Il cinema entrava in maniera più importante nelle nostre vite, molto più di quanto lo faccia adesso. I film o li guardavi al cinema o ti sorbivi quello che i pochi canali a disposizione ti davano.

Il cinema come un luogo di incontro di personaggi caratteristici. La cassiera, la maschera, C’erano cinema di tipo diverso: quelli parrocchiali, quelli della casa del popolo che facevano parte della stessa tipologia benché l’ambiente fosse molto diverso in quanto cinema rionali. Ricordo che mia nonna mi portava ai cinema di prima visione che costavano molto di più ed era tutto un altro ambiente. C’era la maschera che ti portava in sala con la pila, mi ricordo di quando mia nonna gli lasciava sempre la mancia, Era tutto un altro tipo di ambiente, respiravi il lusso in qualche modo . 

Varie tipologie di cinema che oggi si è un po omologato. Negli ultimi anni stanno tornando le piccole sale con un rapporto viscerale tra chi ha la sala e il proprio pubblico, chiaro è che non possano crescere ovunque. 

Federico Micali durante le riprese de “L’Universale”

“L’Universale” e “L’Ultima zingarata”. In entrambi troviamo un funerale e in entrambi dei richiami a un grande regista con cui hai avuto l’onore di lavorare poco prima della sua morte. Mario Monicelli. Com’è stato conoscerlo?

Se tu mi chiedessi a quale regista vorrei assomigliare, ti direi senza dubbio Mario Monicelli, non perchè sia in assoluto il mio preferito ma in quanto adoro il suo modo dii raccontare e di usare la commedia. I suoi film quasi sempre mischiano la leggerezza e la pesantezza, il dolce e l’amaro, sei sempre fra il riso e il pianto in un modo di fruire il film molto diretto, molto libero, non cervellotico, un qualcosa che arriva a tutti con più livelli di lettura, è un coinvolgimento totale e democratico. Mentre ad esempio rimango attratto dai film di Fellini che trovo più intellettuali e artistici, in Monicelli ritrovo tutti quesi aspetti.  Fare l’ultima zingara insieme a Monicelli, e dirigerlo ,è stato bello e gratificante. Ci è stato raccontato che fosse un artista spesso non facile, molto rude, molto duro nei confronti della sua troupe ed anche dei suoi attori. Cosa che non abbiamo visto nel rapporto con noi forse perchè addolcito dal tempo o particolarmente preso bene dal progetto. Vedendola qualche tempo dopo, possiamo affermare che lui è stato uno dei pochi al mondo a vedere il suo funerale. Dopo due mesi dalle riprese de “L’Ultima zingara” dove si racconta il funerale del Pierozzi di “Amici Miei” Monicelli muore e sicuramente durante le riprese lui ha visto nel funerale del Pierozzi il suo stesso commiato al mondo. Sapeva di essere malato molto più di quanto non lo sapessimo noi. Lui ha avuto l’onore di vedere il suo funerale e di esserne commosso. Lui stesso ci disse: “Ma lo sapete che quest’idea è veramente una bella idea, mi dispiace non averci pensato io se no avrei fatto finire cosi “Amici miei””.  Mentre nell’Universale, il funerale al cinema appena chiuso che viene fatto in piazza Santo Spirito attraverso una proiezione di un film sulla facciata è anche un omaggio a Mario Mariotti, un’artista fiorentino visionario che negli anni 80 faceva queste proiezioni sulla facciata della chiesa trasformandola in vari modi. Un artista che Santo Spirito vede molto vicino, che è stato il primo ad usare la facciata della chiesa come una tela su cui in qualche modo disegnare.

Federico Micali e Mario Monicelli durante le riprese de “L’Ultima zingarata”

Cos’è la comicità per te?

La comicità ha tanti aspetti, non pretendo di averne in mano la chiave. La comicità che a me piace è quella che ti fa ridere facendoti pensare. E’ quello che si rivede anche in Monicelli. Non è mai la risata fine a se stessa. Io guardo “Amici miei” e soffro più che ridere. E’ un misto di sensazioni.

Scena da “L’Ultima zingarata” © Leonardo Caprai/Massimo Sestini – 2010-06-06 Firenze
Mario Monicelli durante le riprese di “L’ultima zingarata”

Il primo film che hai visto in assoluto?

Il primo film che ho visto in assoluto senza i miei genitori è stato “Madonna che silenzio c’è stasera” di Francesco Nuti e un altro che ricordo molto bene ,anche perchè vietato ai minori, è stato “Pink Floid the Wall” .

Ho lavorato per tutti gli anni 90 e anche un po dei 2000 ,mentre facevo Giurisprudenza , per un Festival che portava il cinema italiano  indipendente all’estero che si chiama NICE. Viaggiavo abbastanza per organizzare questo festival itinerante in tutto il mondo, incontrando e parlando con giovani registi dell’epoca. Conobbi Martone, Mazzacurati, Luchetti ma  anche Garrone e Muccino che al tempo erano giovani registi. Parlando con loro alla fine ho sentito crescere in me il desiderio di fare il cinema. 

Qual’ è il regista conosciuto in quegli anni che ti ha colpito di più?

Senza dubbio Giacomo Campiotti, per due motivi. Uno perchè era un entusiasta e un visionario e il suo comportamento verso di me era simile a quello di un fratello maggiore. Fare cinema negli anni 90 aveva un blocco economico molto forte perchè tu non potevi permetterti di fare agilmente un film indipendente perchè c’era tutto un apparato molto importante che interveniva, e in più avevi l’ostacolo di dover girare su pellicola . Con Giacomo Campiotti all’inizio degli anni 2000 ho seguito il mio primo corso di cinema con la mia prima macchina digitale con cui potevo girare, avere dei filmati di ottima qualità, eseguire un montaggio video attraverso un computer, e quindi gestire in maniera autonoma il processo di film making che qualche anno prima non sarebbe stato possibile fare.  Ho provato con mano la potenza di questa cosa con “Genova senza risposte” (il mio primo film) girato in questo modo e poi riportato su pellicola 35 mm e proiettato al cinema attraverso un processo importante fatto da un distributore  visionario come Gianluca Arcopinto.

Un’ immagine dal documentario “Genova senza risposte”.

Come nasce il tuo primo film?

Nasce per caso. Ero a Genova non per fare un film ma per contribuire a INDYMEDIA: un network di media attivisti che andavano dal software alle foto, alla radio fino al video con l’ obiettivo di non subire il main stream dei mass media ma diventare mass media essi stessi. Mettere a disposizione i tuoi materiali a una comunità. Siamo all’inizio della fruizione attraverso internet. Erano i primi semi dell’informazione condivisa.  

Il progetto su Genova ha interessato sia me che Stefano Lorenzi e Teresa Paoli con cui iniziai a collaborare proprio in quel periodo. E’ stato qualcosa di rivoluzionario e anzi fin troppo poco omaggiato perchè appunto è stato un percorso che si trovava alla base del software libero wiki, della libera informazione fruita via web. A Genova siamo rimasti scioccati rispetto a quello che abbiamo visto e a quello che abbiamo subito ma soprattutto sorpresi di come fuori da Genova la gente avesse un’idea diversa rispetto a quello che era successo.  Noi avevamo visto delle cose ma la televisione ne mandava in onda una versione molto edulcorata dei fatti con una responsabilità scaricata molto sui manifestanti. Spinti dalla necessità di far vedere quello che noi avevamo visto ,che rappresentava la verità dei fatti, ci siamo messi a lavorare su “Genova senza risposte” pensando di farne un qualcosa da far vedere a chi fondamentalmente non ci credeva. Ci siamo messi a montare il materiale girato ed è stato un lavoro molto difficile perchè non avevamo ancora le competenze tecniche. Io in realtà ho imparato il montaggio con “Genova senza risposte”.

Quello che doveva essere un lavoro con una divulgazione limitata invece è circolata prima nelle librerie poi nei cinema. Mereghetti ha fatto delle bellissime recensioni sui dizionari di cinema. E’ diventato un piccolo caso cinematografico che ha fatto si che io decidessi di investire sul diventare regista. 

Un’ immagine dal documentario “Genova senza risposte”

Avete avuto anche un incontro/scontro diretto con la polizia?

C’era una tensione incredibile. Mi sono reso conto che qualcosa poteva andare storto ancora prima che tutto iniziasse quando un giorno mentre passavano le camionette della polizia, un agente si affacciò e ci disse “Vi facciamo un culo così”. Ero ingenuo e non capivo. E mai avrei immaginato quello che potesse succedere e che sarebbe realmente successo di lì a poco . Non vedevo che loro avessero come obiettivo quello di stroncare un movimento. Questa era ovviamente una strategia, basta vedere i video girati all’interno del carcere dei giorni scorsi. Io ti devo stroncare perchè tu non lo faccia più. E’ sempre successo e fino a che ci sarà questo muro di protezione nei confronti degli agenti che usano la violenza in maniera contraria alla costituzione, succederà sempre. Non dimentichiamoci che dopo il G8 tanti di quelli che sono stati a processo e che sono stati condannati hanno fatto passi in avanti in carriera. Questo ti porta a dire che non c’è un senso di disvalore verso chi usa la divisa in modo criminale. Negli anni successivi avevo il terrore di trovarmi di fronte a qualsiasi tipo di agente delle forze dell ordine. All’interno del documentario gli unici che figurano sono un dirigente sindacale di polizia che prende posizione contro i gas Cs e un infermiere che lavora in carcere e racconta quella che era stata  la sua esperienza. 

Un’immagine dal documentario “Genova senza risposte”

Nel corso degli anni notiamo un cambiamento nel genere dei temi da te trattati, da cosa dipende questa evoluzione?

Sono cresciuto cinematograficamente nel contesto fortemente politicizzato e di protesta dei primi anni 2000 . Sono gli anni dei NO Global e del Social Forum. Trovavi più facilmente produzioni pronte ad investire in questo tipo di racconto perchè c’era il bisogno di ascoltare e di raccontare i fatti che stavano sconvolgendo il mondo.  Dopo di che c’è stato un riflusso. E’ stato più difficile trovare delle produzioni che volessero seguire il racconto di un’emergenza sociale. Ho continuato a seguire questo tipo di tematiche ma affiancandole a un altro tipo di lavoro. Per esempio, il progetto su Lucarelli ( 99 Amaranto) è un lavoro che dietro la patina calcistica cela uno spaccato sociale importante . In seguito mi sono innamorato anche di storie che non avevano necessariamente un riscontro emergenziale forte. In questo senso però il cortometraggio “Mi piace Spiderman e allora?” rappresenta un ritorno a quello che è la necessità invece di raccontare  e di mettere in luce delle problematiche sociali importanti come in questo caso quello degli stereotipi di genere affrontati fin da piccoli. 

Un’immagine dal cortometraggio “Mi piace Spiderman e… allora?” Regia di Federico Micali

Nel recente “Mi piace Spiderman e allora… ?” hai avuto modo di lavorare con attori giovanissimi.  Come hai affrontato l’approccio agli stereotipi con loro?

Gli stereotipi vengono instillati da una società adulta. Un bambino non fa distinzioni fra il rosa o l’azzurro o fra la danza e il calcio. Più sono piccoli e più si rendono conto dell’esistenza degli stereotipi. La frase che dicono Nora e Giulia riferendosi agli stereotipi “E’ davvero stupido” è una frase che viene da loro. Nel backstage Diego commenta “ Le robe da maschi e da femmina io non le ho mai capite”. La cosa interessante  è che parlare di stereotipi li aiuta a smascherarli. In classe di Nora dopo aver girato il cortometraggio hanno istituito insieme alla maestra Beatrice Barbieri ( che ha preso parte al progetto) l’allarme stereotipo Gli stereotipi si inculcano in maniera naturale, “è un pensiero che si nasconde dietro le parole”va smascherato e pensare che devo imparare a non dire questo perchè anche se lo faccio in maniera del tutto inconsapevole in realtà può passare un pensiero sbagliato.  

Colonna sonora coinvolgente e che rimane impressa. Com’è nata la collaborazione con Naomi Berril?

Nel corto ci sono due musiche di Naomi. Quella iniziale è una sua base che mi è servita per dare un movimento in partenza su cui poi è intervenuto Tiziano Borghi riadattandola . Non è una musica fatta apposta per il corto ma fa parte di un suo precedente cd . Naomi è un altro tassello che compone l’origine territoriale del cortometraggio. Questo progetto è nato, cresciuto e sviluppato all’interno dell’ Isolotto. Si è nutrito di un’abbraccio e di una collaborazione con i bambini del quartiere e i loro genitori con cui ci vediamo spesso anche nelle scuole che abbiamo coinvolto. Un corso di teatro fatto qua all’Isolotto da Serena Mannelli mi ha consentito di conoscere meglio e scegliere i bambini che poi hanno preso parte al progetto . Sia io che Naomi siamo trapiantati all’Isolotto. Lei con suo marito un anno prima di me. C’ho messo un po ad individuare la musica perchè volevo qualcosa che potesse legarsi bene con i ragazzi e alla fine ho optato per un sound morbido ma grintoso.

Nora ed Emma, due attrici del cortometraggio “Mi piace Spiderman e… allora?”.
Regia di Federico Micali

Perchè affrontare il problema della discriminazione di genere?

Mi scandalizza la limitazione della libertà. Mi scandalizza sentir dire che il calcio è roba da uomini . Mi infastidisce un linguaggio di genere che in un certo modo si nasconde e che scopri via via. Quello che mi interessa molto sugli stereotipi di genere è il disvelamento, è il linguaggio . Fino a che non sono arrivate le mie figlie che hanno iniziato a farmi delle domande per me dire che quella persona “ha i coglioni” era una cosa normale. Ma poi mi sono fermato a riflettere. Questa è cosa enorme ma tanta gente lo dice senza pensarci perchè fa parte del linguaggio abituale . Bisognerebbe iniziare a ragionare su quello che diciamo e su come viene detto . Come dice Emma nel cortometraggio: “E’ un pensiero che si nasconde dietro le parole” . Probabilmente involontariamente ti rivolgi a maschi e femmine chiamandoli “Ragazzi”e ti soffermi sull’ importanza di questa parola per determinate persone allora ti accorgi di stare usando un linguaggio di tipo escludente.  Probabilmente in quel  momento la tua mente di apre.  La lingua italiana ha una base grammaticale fortemente discriminante che già ad esempio la lingua inglese non ha perchè prevede l’utilizzo del neutro. Nella scrittura delle mail cerco sempre di utilizzare l’asterisco nella lettura della desinenza ma a volte ti trovi in difficoltà . Nanni Moretti in Bianca dice “Le parole sono importanti “ ed è vero perchè alla scelta delle parole deriva un pensiero e un comportamento . E’ tutto un effetto a cascata .

Oltre al testo di Giorgia Vezzoli hai incontrato altri testi su questo argomento che ti hanno colpito?

Ne ho letti molti . Mi viene in mente “Dalla parte delle bambine”, “Cenerentola ha mangiato mia figlia”, i libri di Vera Ghenon. Ci sono stati tanti testi non solo di letteratura perragazzi ma anche saggi che mi hanno ispirato. 

La discriminazione di genere è un problema a livello globale e il test di Bechdel ti dà un’idea su quella che è la rappresentazione delle donne nel cinema soprattutto fatto nei film prodotti negli Stati Uniti. Altrove la situazione non è migliore. Probabilmente lo è nei paesi in cui il Macismo ha preso meno piede e  dove la cultura patriarcale è meno sviluppata. Sicuramente i paesi del Nord Europa sono decisamente più avanti di noi. Più la cultura patriarcale aumenta più questi problemi saranno evidenti .

Firenze Sottovetro – Diretto da Paolo Benedetti e Federico Micali

Firenze Sotto Vetro. Di cosa si tratta e perchè farlo? Qual’è stata la necessità d farlo?

Firenze Sotto Vetro nasce da una necessità di contribuire ognuno con il proprio ruolo. All’inizio della pandemia c’è stato un senso comunitario collettivo molto forte dove tutti ci trovavamo a lottare contro un nemico comune e ognuno si dava da fare secondo quelle che erano le proprie possibilità. Medici e infermieri in prima linea. Io fondamentalmente come regista racconto storie per cui parlando con Pablo Benedetti (co-regista del progetto) con cui in quei giorni ci interrogavamo sul modo più consono per fissare il momento storico che stavamo vivendo, abbiamo scelto di dare vita a “Firenze Sotto Vetro”. Era importante raccontare il 2020 secondo una visione condivisa dei fatti, raccogliendo le abilità di chiunque fosse disposto a farci entrare nel proprio quotidiano visto da vari punti di vista: dai dolci fatti in casa all’emergenza sanitaria.  Ci sono arrivati oltre 1600 video che hanno contribuito a una sfaccettatura del racconto molto ampia. Il lavoro grosso è stato il montaggio e la ricerca di un filo narrativo unico . 

Un’immagine da “Saharawi”

Saharawi: di cosa parla, com’è nato e perchè farlo?

È un piccolo documentario girato insieme a Stefano Lorenzi e Teresa Paoli. Ci sentivamo molto partecipi di resistenza anche a livello internazionale . Eravamo stati in Palestina proprio per fare interposizione di pace e cercare di alleviare le aggressioni israeliane attraverso la presenza di personale internazionale. Avevamo avuto modo di filmare la situazione che tutt’ora si vive in Saharawi, dove, un popolo esiliato in Marocco ormai all’inizio degli anni 70  vive in un deserto ospite dell’Algeria che li accetta perchè confinati in una zona desertica assolutamente insignificante per le loro attività. Si tratta di un territorio in cui non sarebbe possibile vivere ma in cui resistono esclusivamente grazie agli aiuti dell’ufficio Onu per i rifugiati (UNHCR). Vivono in delle tendopoli in mezzo al deserto da 50 anni senza servizi e senza niente. I ragazzi intorno ai 20 anni vanno fuori a studiare ma poi ritornano in queste zone. Pensa allo shock di vedere la vita come potrebbe essere vissuta e trovarsi poi nel deserto in queste condizioni 

Un gruppo di loro era interessato a fare delle riprese quindi abbiamo lavorato con loro sull uso dei mezzi. Questo doveva essere il primo di un secondo lavoro ma che poi non è riuscito a trovare i finanziamenti necessari. 

Loro hanno perfettamente coscienza che tu sei il loro contatto col mondo sei la loro bottiglia nel mare visto lo stato di abbandono in cui vivino. 

Il deserto ha delle immagini clamorosamente belle ma poi al terzo giorno ti accorgi che è una situazione insostenibile. Non puoi coltivare, qualsiasi cosa che tu faccia ti  deve essere portata perchè non hai possibilità di essere autonomo anche nelle piccole cose.  

Un’immagine dalla web series “Lettere italiene”. Regia di Federico Micali

“Lettere italiene” di cosa parla e da cosa nasce ?

E’ una  web series liberamente tratta da alcuni racconti scritti da giornalisti stranieri radicati in Italia o di seconda generazione presenti nel libro Nuove Lettere Persiane, curato dall’ong COSPE, ed edito da Ediesse nel 2010. Cinque storie raccontate attraverso altrettante lettere che richiamano diversi percorsi di cittadinanza sperimentati dai nuovi “Italieni”: persone di origine immigrata che risiedono in Italia, e che ben si riconoscono in quella crasi tra Italiano e Alieno felicemente creata dalla rivista Internazionale (media partner del progetto) per una sua seguitissima rubrica. 

Una di queste storie mi ha colpito, trattava del razzismo sistemico. Un ragazzo indiano che avevano due coinquiline estremamente razziste nei confronti di venditori di rose, di vu cumprà, di immigrati ma nei suoi confronti erano amorevoli. Il razzismo sistemico ma slegato da un pensiero. Razzismo verso le cose che non conosci ma soprattutto verso il più povero che potrebbe modificare lo status quo. Un razzismo di classe e non un razzismo di etnia. 

“La nostra terra” e “Lungarno”: si parla di resistenza e si rende tangibile la forza del documentario in presa diretta di un qualcosa che accade di non programmato. 

I documentari spesso e volentieri seguono un percorso precostituito perchè per essere finanziati hanno bisogno di una storia scritta. In entrambi questi casi essere li a filmare certe cose ha acceso delle micce che altrimenti non avremmo potuto innescare. La forza della realtà che investe il documentarista, e in entrambi i casi si parla di resistenza. Con Ahmed che non capisce perchè si trovi in quella situazione viene affrontato il tema della resistenza palestinese. Ci sono queste domande che lui fa che in qualche modo mettono a nudo il problema .Dall’altra parte Silvano Sarti partigiano fiorentino che racconta la sua esperienza durante la guerra. Alla fine del video che finisce con la sua dipartita lui realmente se ne va. Mi sono dovuto mettere a cercarlo attraverso l’Anpi e alla fine siamo riusciti a ritrovarlo ed è nata una bella amicizia.Mi piacerebbe molto affrontare il periodo della resistenza italiana ma  c’è bisogno di fare qualcosa che non sia ancora stato fatto.  Di una visione o un taglio della storia che non sia ancora stato raccontato.

Come si diventa oggi regista? 

Credo che per diventare regista ci vogliano la curiosità che ti spinge a voler approfondire e ad entrare a contatto con le storie che poi racconterai e la determinazione di seguire costantemente un obiettivo. Ogni cosa che senti e ogni cosa che vedi devi percepirla sempre in chiave filmica con la voglia di approfondire. A maggior ragione nel campo documentaristico perché la curiosità è proprio quella che ti porta a contatto con le storie. La determinazione è fondamentale. Molti  si accingono a intraprendere la professione del regista ma spesso si fermano prima di arrivare all’obiettivo. Se convinto di quello che fai. niente può metterti in crisi. La determinazione ti porta ad agire e spesso a sbagliare e dagli errori riesci ad acquisire un’esperienza che ti sarà utile per andare ancora avanti. Quello che dico ai miei allievi è di realizzare un progetto ma con l’obiettivo di fare qualcosa di ben fatto cercando di seguire quelle che sono le regole canoniche. Prima devi imparare le regole per poi poterle distruggerle però è necessario cimentarsi. Sono dei meccanismi necessari per capire quello che altri hanno già fatto. Sono molto contento di aver fatto il filmmaker per molti anni prima di dirigere un set perchè questo mi ha consentito di aver un occhio su tutto, di riuscire a capire il lavoro dei vari reparti con cui mi interfacciavo. 

Un’immagine da “Looking for Negroni”. Regia di Federico Micali

Qual’è il progetto a cui sei più affezionato rispetto a quelli fatti fino ad oggi?

“Genova senza risposte” perchè ha una potenza innovativa molto forte anche se adesso lo trovo acerbo ma molto diretto. “L’Universale” perchè è un progetto su cui ho lavorato tanti anni , che ha superato veramente tanti ostacoli ma è andato avanti con la forza della determinazione incontrando la forza dell energia positiva di tante persone . E’ riuscito un film inimmaginabile con il budget che avevamo a disposizione. Era un film molto più facile da sbagliare e non avrei mai pensato che mi potesse dare tutte queste soddisfazioni. 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

In questo periodo sto seguendo lo sviluppo di una serie tween che gira intono a  una storia multietnica di integrazione che parte dal mondo dei ragazzi : “La banda delle ragazzine” titolo che viene dal libro omonimo del premio Strega ragazzi Paola Zannoner. 

Ho scoperto che mi piace molto lavorare con i ragazzi perchè riescono a darti tanto a livello di recitazione e di energia. 

Inoltre mi sto occupando da diversi anni di un film tratto da un libro di Cosimo Calamini  che si chiama “Le querce non fanno limoni” che prende spunto da tutto quello che accade in in piccolo paese quando viene annunciata la costruzione di una grande moschea . E’ tutta una serie di istinti primordiali, di ragionamenti di integrazione, di paura del diverso e di mantenimento del proprio status quo .Una serie di temi che si condensano insieme in una commedia . In un qualcosa che riesce a parlare di tutti queste tematiche ma in maniera più leggera .

Ho conosciuto Federico Micali durante le riprese di“Mi piace Spiderman e allora?”.

Ho avuto l’occasione di scoprire Federico Micali attraverso il racconto del suo viaggio nel diventare il regista di oggi. 

Un cinema dalla forza narrativa disarmante. Toglie il velo davanti alle cose per arrivare dritto al punto del discorso da cambiare. Una virgola da mettere, una desinenza da modificare o una nota da aggiungere. E’ un cinema di cui abbiamo bisogno perchè la nostra società possa migliorare o almeno si possa arricchire di consapevolezza e semplicità. 

Per conoscere di più sui lavori di Federico Micali

Maggiori approfondimenti su Federico Micali su wwww.federicomicali.it

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