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Grimilde Malatesta: un viaggio nel tempo attraverso i suoi abiti.

Scritto da Sara Pellegrini
grimilde malatesta

Ogni suo abito è una storia raccontata con amore. Come se quella donna avesse viaggiato nel tempo con la sua valigia di ricordi e fosse stata sorpresa dallo scatto di un fotografo mentre sovrappensiero sceglieva la sua prossima meta. Sto parlando di Grimilde Malatesta…

Ciò che ha provato, ciò che ha sofferto e quello di cui ha gioito è fra le pieghe e i ricami di quel vestito, confezionato con una cura e un’ attenzione tangibile. 

Grimilde Malatesta è questo e molto altro ancora. Costume designer italiana di grande talento che si è raccontata per noi. 

Da cosa nasce lo pseudonimo “Grimilde Malatesta”?

Lo pseudonimo Grimilde Malatesta nacque mentre studiavo fisioterapia. Mi fu fatto presente da dei colleghi che posare in costume avrebbe potuto essere cosa non troppo ben vista nell’ambiente lavorativo e durante la ricerca di impiego. Da qui la scelta di uno pseudonimo. 

Grimilde è ispirato alla regina di Biancaneve, ed è in parte un monito a me stessa: mi ricorda che l’invidia nei confronti degli altri difficilmente porta lontano. Mi sprona a badare solo al mio lavoro.

Malatesta è invece ispirato a Sigismondo Pandolfo, figura storica che mi ha sempre affascinato per la sua abilità strategica e per la sua capacità di vedere al di fuori di quanto solito per l’epoca, come ad esempio con il Tempio Malatestiano. 

Cosa ti ha fatto capire che avresti voluto fare questo nella vita?

Da che ricordo, in me c’è sempre stata una predisposizione per l’arte e la manualità. La risposta che davo da bambina alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” era che volevo fare la pittrice. Poi la vita prende altre vie. Ci si domanda se sia giusto seguire alla cieca una cosa così spontanea e forse infantile.

Ho provato diverse volte a prendere altre strade, forse più semplici ,più comuni, che non richiedessero così tanta fatica ma la vita ha un modo tutto suo per prenderti e rimetterti sul tuo tracciato. 

La mia passione per i costumi è nata come hobby alla fine delle superiori. All’università ho preso un’altra strada per poi iniziare con i primi lavori. La fisioterapia è un ambito bellissimo ed interessante, teoricamente parlando. Ma il lavoro, soprattutto in alcuni contesti, era monotono e ripetitivo.

Quella poca esperienza che ho avuto mi ha insegnato che non era quello che volevo fare. In qualche modo mi stavo spegnendo, deprimendo. Ho capito che la mia felicità è strettamente legata al poter fare qualcosa di artistico per vivere, così ho deciso di trasformare quell’hobby di successo in una professione.

Ogni epoca storica ha le sue eroine e il suo modo di celebrare la femminilità. A quale personaggio storico ti senti più vicina?

Ci sono diversi personaggi, soprattutto tra le grandi muse della Belle Èpoque: Lina Cavalieri, Liane de Pougy, Alma Mahler. Ma soprattutto la Marchesa Casati. 

Il periodo della Belle Epoque è un periodo senza precedenti. Il lusso sfrenato ed eccessivo è quello caratteristico dei gloriosi imperi prima della decadenza. In questi contesti il superfluo (per i più ricchi) diventa così esagerato da poter dedicare energie e denaro in quantità senza precedenti a ciò che è bello. Pensiamo agli eccessi della corte zarista prima della rivoluzione.

Pensiamo alla Parigi di inizio Novecento, in cui in certi ambienti regalare diamanti e uova Fabergé era comune. Luoghi in cui la gioielleria di Lalique veniva ritenuta modesta. Precedentemente alla prima guerra mondiale (per chi se lo poteva permettere) ogni dettaglio di vita era squisitamente raffinato. C’erano i fondi e l’interesse per finanziare il bello senza paragoni. E in qualche modo, nel mondo della nobiltà, dello spettacolo e della prostituzione le opere d’arte erano le donne. Diventarono bellissime, raffinate, colte. Ma in modo molto più frivolo e superfluo ,ad esempio, delle loro controparti rinascimentali. Non più oberate da alcun obbligo di efficienza, votate solo alla bellezza e alla piacevolezza. In queste donne trovo degli esempi incredibili di come un’intera vita possa essere trasformata in opera d’arte. 

La realizzazione di un abito è l’unione di molti fattori fra i quali pazienza, dedizione e studio. A quale tua creazione sei più affezionata e quale sarà la tua prossima sfida?

 La creazione a cui sono più affezionata è inevitabilmente sempre la prossima. Appena diventa reale, con le imperfezioni che alle volte vedo solo io, il nuovo preferito diventa il progetto successivo. È un ottimo modo per essere perennemente insoddisfatti, e ci sto combattendo. Fra i lavori finiti ce ne sono molti che amo, mi sarebbe difficile ridurre ad una lista sotto i dieci. 

Ho diverse sfide in coda. La più ambiziosa è sicuramente l’abito di Madame de Pompadour ritratta da Boucher, con l’abito con le rose, nella versione più tendente al verde della Alte Pinakotek di Monaco.

Ho accumulato i materiali con la pazienza di una formica, ma sono ancora alla ricerca del tessuto adatto. Moltissime persone hanno riprodotto quell’abito, ma nessuno ancora come l’ho sempre immaginato nel guardare il quadro. Al momento sto ancora raccogliendo i campioni. Per quel taffetà di seta voglio una combinazione molto particolare di colori in trama e ordito e non ho ancora trovato qualcosa di abbastanza somigliante da giustificare la spesa.

grimilde malatesta

La rievocazione storica e il mondo del cosplay sono due realtà molto complesse e diversificate all’interno del territorio italiano e il discorso di amplia se volgiamo lo sguardo al resto di Europa e del mondo. Quali compromessi incontra chi vuole far parte dell universo della rievocazione e quali differenze esistono fra il panorama italiano e quello estero a tal proposito? 

Sicuramente il cosplay parte dall’esterno, la rievocazione dall’interno. Partendo per ideali e per principio, nel cosplay non importa come ci si arriva, l’importante è la somiglianza finale. Nella rievocazione si parte studiando come un determinato capo veniva prodotto, quali materiali erano disponibili all’epoca, quali tecniche venivano usate. Quindi il risultato somigliante è raggiunto tramite un processo che cerca di aderire all’originale per quanto possibile. Il procedimento stesso cerca di aderire, non solo l’abito finito. La somiglianza finale è una conseguenza di uno studio ben fatto.

Questa è la teoria. Poi ci sono cosplayer che cercano di riprodurre costumi da film e serie tv impazzendo per cercare le stesse tecniche e gli stessi fornitori. Così come ci sono rievocatori che danno la precedenza al risultato. E in entrambi gli ambienti c’è da tenere in conto che per produrre determinati capi servono budget non affrontabili da un singolo. Basti pensare ad un abito di corte russo, con ricami in metalli preziosi. Nessuno da solo potrebbe affrontarne la costruzione, e di fatto decine di mani lavorarono su quelli del tempo. Realizzarlo da soli sarebbe il progetto di una vita. Lo stesso può valere, su altra scala, per alcuni abiti cinematografici, come ad esempio quelli de “Il Racconto dei Racconti”.

Ogni tanto si deve scegliere se fare la copia con un materiale meno dispendioso o non farla affatto. Trovo che il compromesso sia sempre una scelta molto personale. 

Sia in Italia che all’estero esistono realtà diverse. Gruppi che accettano abiti storici in poliestere, purché di buona fattura, e altri che ammettono magari solo abiti in tessuti corretti salvo poi vedere abiti tagliati malissimo. Eseguiti correttamente, ma davvero brutti. Magari poi chi li ha realizzati è pronto a puntare il dito su chi riceve un po’ più di attenzione con addosso un abito di poliestere, però ben tagliato. Io trovo che si debba tenere in considerazione un po’ tutto, per ottenere il miglior risultato che tasche, tempo e sapere consentono. Focalizzarsi e tralasciare l’insieme può portare a grandi brutture. 

grimilde malatesta

Riguardo al grandissimo mondo del fatto a mano, quale tecnica ti piacerebbe sperimentare e fare tua?

Mi piacerebbe molto imparare a realizzare le calzature. A malincuore sono l’unica parte del guardaroba in cui non sono autonoma. E la scelta di calzature moderne che replicano quelle d’epoca è terribilmente limitata. Manca poi il gusto per le proporzioni, per i materiali morbidi, per le forme di tacco che avevano allora.

La maggior parte delle scarpe per rievocazione sembra essere una scarpa moderna a cui hanno messo un tacco a rocchetto. Questo perché molto spesso chi sa e commissiona non è chi fa. E chi fa ha imparato a fare le cose come le si fa oggi. Le sottigliezze che caratterizzano una calzatura autentica vanno inevitabilmente perse nella traduzione. 

Sono anni che mi ripropongo di cimentarmi nella produzione di calzature storiche, e devo dire che ho preso il coraggio di acquistare le prime cose solo qualche settimana fa. Non vedo l’ora di avere fra le mani i primissimi necessari orrori che produrrò, assolutamente necessari per prendere mano con qualsiasi tecnica. 

Se dovesse riuscirmi di perseverare al punto da produrre delle calzature indossabili, penso che comunque le produrrò solo per me o per qualche amica che porta il mio stesso numero. Per ogni misura di scarpe serve una forma diversa…e lo spazio in laboratorio è già ridotto. Senza contare che la scarpa, ancora più di un corsetto, ha bisogno di rispondere a delle regole di comodità. Immagino la comodità arrivi dopo molta, moltissima esperienza.

Ho trovato molto interessante la diretta su youtube dove insieme a due tue colleghe avete esplorato il mondo del corsetto. Parlare di costume oggi può servire a conoscere non solo la storia di ieri ma può portarci a riflettere sul mondo di oggi. Ci saranno altri incontri che potremmo seguire? Quali consapevolezze ti ha lasciato e ti lascia tutt’ora lo studio della storia del costume?

Abbiamo in programma di fare qualcosina per capodanno. Non potremo festeggiarlo assieme, ma nulla ci vieta di tirare fuori i nostri abiti da sera dagli armadi, anche se a distanza. Vediamo se ci riesce. Elena/ ET Prettycoats ha sicuramente qualche argomento interessante da trattare. 

Lo studio della storia del costume continua ad insegnarmi che le cose devono essere ben fatte, ma non necessariamente perfette. Il nostro concetto di abito finito all’interno è decisamente recente. Mi rassicura sempre pensare che tutti quei bellissimi abiti nei musei sembrerebbero non finiti all’interno, se li guardasse ad esempio una sarta di abiti da sposa. Eppure venivano considerati finiti così.

Questo mi ricorda sempre che si può avere tutto il diritto di essere felici di qualcosa anche se si sa che non è assolutamente perfetto. Ed è una lezione che devo ancora assorbire.

grimilde malatesta
grimilde malatesta

Non penso che la perfezione esista e in caso contrario avrebbe di sicuro qualcosa di diabolico e stabile nel tempo. Nella vita niente è stabile. Il moto perpetuo delle nostre vite ci permette una continua evoluzione e un “ricircolo” di errori che ci fanno trasformare da bruco a una farfalla continuamente nuova e pronta per i nuovi futuri sbagli. Alla fine essere imperfetti è bello. E’ una continua sfida. Ci fa essere vivi. E Grimilde mi ha trasmesso questo oltre che una grandissima dedizione, attenzione, cura per il suo mondo fatto di dettagli che non possiamo che amare. 

Se il mondo di Grimilde vi ha colpito potete trovare ulteriori informazioni su:

  • https://www.grimildemalatesta.com
  • https://www.etsy.com/it/people/GrimildeMalatesta
  • https://www.youtube.com/watch?v=tRLmoYV6Omg
  • https://www.instagram.com/grimildemalatesta/?hl=it

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