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Little Women: il nuovo film, dove l’amore conta.. ma non troppo

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Scritto da Alice Lavoratti

Sono passati 26 anni dall’ultimo film dedicato al romanzo di Louise May Alcott.  Le differenze stilistiche ci sono, la qualità dell’immagine e dello screenplay è cambiata, migliorata, e il film appena uscito nelle sale italiane con l’omonimo titolo del romanzo e delle altre riproduzioni cinematografiche – Piccole Donne – diretto dalla regista Greta Gerwig risulta essere un capolavoro da Oscar. Non a caso le candidature per il noto premio sono ben 6 (tra cui miglior film, miglior attrice protagonista e miglior attrice non protagonista), e sarebbero tutte meritatissime.

Sono una grande amante del genere “film in costume” e questa storia mi è particolarmente cara perchè la mia mamma nel 1992 mise me e mia sorella di fronte alla riproduzione cinematografica del 1949 (quella con Liz Taylor nella parte di Amy March per intenderci) e da allora abbiamo iniziato a chiamare mia mamma “Mami”, come le protagoniste chiamano la loro madre. Forse è per questo che anche questa versione mi è piaciuta molto, o forse perchè per la prima volta ci hanno mostrato un altro lato della storia, quello di ciò che accade dopo che Laurie (interpretato da Timothée Chalamet) e Jo (la candidata al premio Oscar Saoirse Ronan) si lasciano ed iniziano a vivere la loro vita da adulti.

Ci hanno dato punti di vista nuovi, come quello di Amy (interpretata da Florence Pugh) per esempio, la più snob delle sorelle che per la prima volta viene rivalutata come una donna che non è femminista come la sorella Jo, ma non è nemmeno troppo legata ad un ideale di donna più antico come la sorella Meg (interpretata da Emma Watson): Amy è forte, giovane, le piacciono le cose belle ed è innamorata di Laurie, il suo unico vero amore, che alla fine si accorge di lei e la sposa, non perchè la vede come la copia della sorella Jo che lo ha respinto, ma perchè la ama davvero, un amore ben diverso da quello che prova per Jo.

La struttura narrativa scelta dalla Gerwig è quella del flashback, infatti si apre con una Jo che insegna e scrive a New York dove intreccia una particolare amicizia con un giovane professore tedesco e cerca di farsi strada nel mondo dell’editoria, mentre a casa una sempre più cagionevole Beth (la sorella più piccola delle sorelle March, interpretata da Eliza Scanlen) è in fin di vita. Amy è in Europa con zia Martha (il premio Oscar Meryl Streep), mentre Meg si ritrova con due figli a dover fare economia con un marito che guadagna sempre meno nonostante si impegni costantemente.

Man mano ci vengono mostrati i momenti salienti della loro vita di bambine ed adolescenti, in un flusso di coscienza e ricordi la cui mente conduttrice è quella di Josephine. E’ un modo di fare cinema che a me piace moltissimo, perchè riesce a mostrarti il perchè delle cose che accadono e i comportamenti dei personaggi, mettendo in discussione continuamente la trama di fondo.

Nonostante uno conosca la storia, grazie a questo modo di girare sembra tutto sempre costantemente nuovo: ti aspetti una cosa ma non sai come verrà resa e quando accadrà perchè si rompe lo schema di base della narrazione.

Un cast stellare, ben scelto, che ha uno stile ben diverso dagli altri film visti sinora, sopratutto rispetto alla riproduzione cinematografica del 1994 con Susan Sarandon nella parte di Mami e con Winona Ryder nella parte di Jo. In quel film tutto era perfetto, da famiglia del Mulino bianco per intenderci, mentre la realtà dei fatti della storia raccontata dalla Alcott era molto diversa. Una realtà raccontata molto meglio in questa nuova versione, ma mai ben realizzata come nella versione del 1949.

Una cosa che mi sento di criticare è la scelta del finale: mi dispiace che si sia perso il senso romantico della storia d’amore tra il professore e Jo; perchè la battuta finale di lui – “Non ho nulla da offrirvi, solo queste due mani vuote.” – si perde in un turbinio veloce di battute, in un bacio quasi forzato tra i due, in un racconto in terza persona di Josephine, che lo legge dal libro da lei scritto di fronte all’editore. Sembra quasi che la loro storia non sia vera ma bensì inventata per rendere il finale del libro della indipendente e femminista Jo March più accattivante. E’ un peccato, perchè erano riusciti a dare un senso alla storia tra Laurie ed Amy, il vero lieto fine amoroso me lo aspettavo anche per Josephine. Forse l’idea era quella di una giovane donna, ancora più moderna di come la Alcott aveva pensato la sua Josephine: una vera donna del 21esimo secolo che al di là delle aspettative altrui e del suo tempo decide di costruire una scuola ed essere l’insegnante dei giovani del secolo successivo, con un uomo al suo fianco, ma senza dare troppo spazio all’amore, perchè la vera cosa importante è fare ciò che ci rende felici, per davvero, al di là degli altri.

 

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