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Non è Uau

Storia di una ordinaria giornata mondiale di ipocrisia

25 novembre
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Scritto da Cinzia Silvestri

Una voce fuori dal coro, una volta tanto, non guasta. Ci sono sul calendario 365 santi da invocare più o meno cristianamente, dipende dalle situazioni, uno al giorno, e 152 giornate ‘dedicate a’. (Non esiste solo il 25 Novembre sapete?)

L’Onu le ha elencate qui: giornate internazionali

A NOVEMBRE

25 Novembre – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne | 29 Novembre – Giornata internazionale di solidarietà per il popolo palestinese

Sinceramente la Giornatona dell’orgasmo mi risultava fosse il 31 luglio e non a ridosso del Natale, però non discuto il calendario Onu, ammesso e non concesso che l’elenco di cui sopra gli corrisponda. A leggerlo giorno per giorno, appare per taluni versi assurdo, ma non mi ci voglio confondere.  Constato che il 25 novembre si trova tra il 22 novembre, giornata mondiale della filosofia e il 29 novembre, giornata internazionale di solidarietà per il popolo palestinese. Un tema sempre verde ma che di verde ha solo parte di una bandiera e appare, senza offesa per nessuno, anacronistico per certi versi.

Giornatona, dunque, il 25 novembre.
25 novembre
Un simbolo del 25 novembre

Il 25 novembre si inaugurano decine, centinaia di panchine rosse che a me sinceramente fanno pure specie con tutto quel rosso e non certo per motivi ideologici o natalizi. Il rosso della vernice associato al 25 novembre mi rammenta il sangue uscito dalla bocca, dal naso, dagli orecchi, dalle schiene, dai petti delle donne maltrattate dal delinquentone di turno, ora marito, ora convivente, ora fidanzato, ora balordo qualunque, dalle ferite inferte con mani, bastoni, coltelli, quando si è sbrigativi anche con pistole. Un rosso inquietante – e so di andare controcorrente come il barcarolo di una canzone romana – che mi angoscia e mi urta. E’ un simbolo, un messaggio, un monito, mi si dirà: non lo metto in dubbio, ma come la Giornata dedicata, quella del 25 novembre, mi pare un tantinello sfruttato questo simbolo, o messaggio, o monito che lo si voglia intendere. Un mesto omaggio senza neanche quel filino di speranza che le cose cambino, accanto all’impegno di associazioni che paiono raccattare l’acqua di mare con un cucchiaino da caffè, nel loro tentativo di aiutare le donne vittime di soprusi, vessazioni, minacce, ricatti. Violenze. Eppure si seguita a celebrare questa Giornata, il 25 Novembre, e c’è chi lo fa in maniera convinta e pervasa di buonafede e chi come obolo da pagare all’elettorato e all’opinione pubblica che attende le trite frasi di circostanza: “Condanna contro ogni forma di violenza contro le donne”, “Metteremo in campo iniziative di educazione, sensibilizzazione, informazione affinchè questa piaga della nostra società venga debellata”, “Crediamo nella prevenzione e le istituzioni devono fare la loro parte, ma anche sul piano culturale contro la violenza di genere”. Ma quante ne leggiamo di paginate siffatte? Hanno iniziato da giorni, settimane il tam-tam, calendarizzato eventi, manifestazioni, convegni, apericene (nel rispetto delle norme anti-Covid). Ecco, lasciando perdere i brindisi e il sushi con annesso crostino toscano, mi garberebbe leggere un’analisi corretta, intellettualmente onesta e rispettosa, dei nudi e crudi dati statistici sulla questione violenza sulle donne. Sono dati da paura, corroborati da servizi mass-media altrettanto da paura, per la frequenza di delitti e reati compiuti contro il genere femminile oramai a cadenza quotidiana, in una sorta di ordinaria follia che non rientra neanche più nella scaletta dei titoli del tiggì, ma come notizia a margine prima del meteo e delle info-tra co autostradale.

25 novembre
Una manifestazione che si è svolta il 25 novembre, durante la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Andrebbero letti bene quei dati, quei numeri, quei grafici, quelle torte con le percentuali: chi usa violenza contro chi, quando, come e perché. Perché? Eh sì, c’è pure un perché, lo dicono soprattutto gli avvocati difensori degli accusati e il perché è determinante, forse non a livello di opinione pubblica, ma di giustizia amministrata in nome del popolo.

Fonte: lab24.ilsole24ore.com/giornata-contro-violenza-sulle-donne-2020/

Leggere. E riflettere. Riflettere per cercare soluzioni. Invece proprio noi donne ci facciamo incantare dall’ovvio, dallo scontato anniversario: il 25 novembre! Dalla scatola, come le palle per l’albero di Natale, si tiran fuori le scarpette rosse, quelle indossate tante volte per non passare (doverosamente, legittimamente) inosservate, per ballare in discoteca, per una cerimonia importante, oppure solo per garbare e gli diamo un’altra mission: le cediamo all’Assessore Pari Opportunità di turno che provvede a farle sistemare a modino davanti il Municipio, ogni 25 novembre, affinché venga immortalato il significativo messaggio anti-violenza. A seguire, convegni, incontri, qualche premio e zero cotillons. Come se piovesse.

Peccato che piovono botte da orbi sulle povere donne vittime, altro che scarpette e discorsi! Si abbattono su di loro uragani di inaudita violenza e non di rado sui loro figli. Una violenza assurda, irragionevole, abbrutita, e pure stupida. Si sarchia di legnate colei che non indossa il velo, colei che non si mostra obbediente, colei che non accetta la gelosia maschile in quanto scusa. Oh, la gelosia addirittura millantata per atto d’amore, per ridurre in schiavitù la tapina, che magari si era pure innamorata del suo aguzzino che ‘le voleva bene, tanto bene, ma le voleva bene, tanto bene, ma le voleva bene, bene da morir’ (cit. canzone del Quartetto Cetra).

Possiamo infarcire di parole nuove il fenomeno, stalking, femminicidio, ma non ci possiamo fermare al concetto che la violenza sulle donne sia solo da parte degli uomini. Perché non è così. Esistono anche donne che commettono violenza sulle altre donne, che picchiano, offendono, minacciano, talvolta uccidono in quanto portatrici malsane di violenza (e pensare che nel genere umano sono le sole fino ad oggi a generare vita!): sono giovani e meno giovani, sono belle e meno belle. Sono forse persone irrisolte e per loro andare ‘da uno bravo’ non guasterebbe anzi, sarebbe un aiuto anche per la collettività.

Possiamo anche rifugiarci nel politicamente corretto, come fanno le industrie cinematografiche di cartoni animati che sui personaggi cattivi maschi e femmine ti inventano film dove sorte fuori un passato traumatico e l’infanzia infelice, oppure in certe imbarazzanti uscite di personaggi celebri che maldestramente cercano di difendere un immaginario femminile che semplicemente non esiste, che non trova riscontro nella realtà. Va tenuta in seria considerazione, la violenza femminile verso le donne, perché è nei fatti un forte ostacolo proprio all’emancipazione e alla diminuzione (eliminazione tout court è pia illusione) degli atti di brutalità compiuti dai maschi.

Ragionando per iperbole il 25 novembre, questa mondial Giornata diventa atto forzoso a cui noi donne, che rischiamo la ciccia ogni qual volta parcheggiamo in periferie poco illuminate per esempio, ottemperiamo come corrente bla-bla-bla (cit.) dimostrando tuttavia quanto poco ci sia da celebrare, molto da riflettere (in silenzio, please) e tanto di più da fare.

Ê un lavoro sudicio ma qualcuno lo deve pur fare, quello di ammettere una buona volta che sono le stesse donne parte del problema, in quanto complici se non aguzzine. Anche la tivù è parte del problema: trovate emancipazione e rivendicazione dei diritti femminili nelle trasmissioni trash tipo ‘Uomini e donne’, nelle insinuazioni di certe giornaliste, nei tapiridoro affibbiati in mezzo di strada alla celebre cornuta, ai risolini ambigui fatti alla giornalista che in Cina, in piena pandemia, non trovava il verso di andare dal parrucchiere? Nella rassegnazione che regna sovrana sullo spaccio di anfetamine e troiai vari alle modelle che se sforano la taglia 36 sviliscono l’abito dello stilista? Questo è, sic et simpliciter, 364 giorni l’anno ma nel giorno 365 ci celebriamo. No, non celebrate la sottoscritta. Beninteso.

Quante, quante malvagità si potrebbero ancora elencare? Le colleghe di lavoro che ti denigrano e ti offendono e ti ostacolano (recente è un caso di cronaca locale, che ha avuto per protagoniste delle vigilesse), l’amica del cuore che ti manipola e poi diventa asfissiante e si mette in mezzo, con ogni mezzo, a qualsiasi cosa renda ti più felice, più gratificata. Le donne incapaci di fare squadra sono quelle peggiori. Tirano fuori una competizione pericolosa, perniciosa, disconoscendo il merito e il ruolo delle asserite rivali e fanno il gioco del nemico. Il nemico talvolta è l’uomo, però mica sempre.

Esistono donne di potere, che appaiono emancipate e poi si rivelano serpi con la lingua biforcuta, dinanzi all’evidenza di chi è più bella, più giovane, più brava, più simpatica, più foriera di fama e successo. Una bella vergogna per il sesso fintamente debole, no? Certo, è facile mettersi dalla parte di donne vulnerabili, abbrutite dalle violenze subite, quasi incapaci di reagire dopo mesi o anni di privazioni, stenti, maltrattamenti, magari coatte quanto basta per prenderle come dire?, in affido, guidandole in un percorso teso al reinserimento. Vi sono donne che alle altre donne non perdonano l’intraprendenza, la capacità di agire fuori dagli schemi, di osare strade sconosciute senza avere un uomo accanto, che protegge e tutela (e magari mantiene).

Ergo, se la passerella delle scarpe arrandolate in piazza rappresenta tutte, ebbene, non rappresenta me, come non mi rappresentano i fiocchetti candidi al bavero o i bavagli sulla bocca per la gioia dei fotografi (non vi bastavano le mascherine?).

La violenza è anche maldicenza e se permettete, quest’ultima è squisitamente, perfidamente femminile. C’è pure una maldicenza da codice penale, si chiama diffamazione, arriva all’istigazione al suicidio, ma con la giustizia lenta che abbiamo chi è che si affida alla bilancia? La violenza maldicente spesso è perpetrata sul sagrato delle chiese all’uscita della Messa (a me è capitato di ascoltare mio malgrado un ‘cappotto’ di malignità davvero deplorevole nei confronti di una persona che conoscevo, e suscitò sorpresa la mia reazione).

Bisogna senza dubbio avere timore della violenza fisica, psicologica maschile, di quella esecrabile del branco, di quella subdola e viscida che si consuma tra le pareti domestiche, dove diventa pane quotidiano sentirsi apostrofare “Puttana, è pronta la cena? Sbrigati”. Ma anche quella violenza strisciante della falsa solidarietà, della mancata complicità, tanto simile al famoso detto “Se l’è cercata”, così ghettizzante, va temuta a mio avviso, perché si rivela insperato assist agli uomini bruti che così se la ridono e ringraziano.

Quelle foto orribili, spesso selfie, di donne che si truccano a mo’ di occhio pesto: ma davvero non provate vergogna per una tale pantomima? Ma chi è stato davvero massacrato di botte e le foto le fa perché diventino corpo del reato e testimonianza, cosa deve pensare? Voi che la fate facile, mettendo il numero di telefono antiviolenza sullo scontrino fiscale come se fosse difficile comporre quattro cifre: il di difficile è semmai ricevere aiuto, bloccare l’aguzzino, avere protezione e tutela. Ottenere giustizia. In questi giorni è uscita la notizia che l’assassino di una donna si è visto dimezzare la pena perché, piccinino lui!, “Realmente turbato e sconvolto dall’azione compiuta”. Quando si dice la concessione delle attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti. Oddio, ma ci saranno state le aggravanti contestate? E i giudici, anche se è irrilevante, erano maschi o femmine?

Orsù, non stracciamoci le vesti per l’infausto destino delle donne arabe o afghane: noi abbiamo illuminati (e illuminanti) politici che vanno a prendere lezioni di democrazia in Paesi dove la donna vale zero, ed altri che preferiscono la donna ‘atta a casa’ perché incapace di espletare professioni di responsabilità.

Avete ancora voglia di celebrarlo il 25 novembre?

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